• La gestione delle cronicità in Lombardia

    Una riflessione critica a margine della sentenza del Consiglio di Stato riguardante la gestione delle cronicità in Lombardia ci aiuta a comprendere come si sta organizzando altrove il sistema dell’assistenza ai pazienti fragili.

    di Guido Marinoni (Vice segretario regionale Fimmg Lombardia).
    Tratto da Sanità24 – Il Sole 24 Ore, 7 dicembre 2017

    La notizia della decisione del Consiglio di Stato di non sospendere l’iter del progetto di presa in carico dei paziente cronici in Lombardia non può esimerci da alcune riflessioni, anche critiche, sull’attuazione della riforma. Diamo per scontati il nodo critico della sostenibilità economica, del resto presente in generale nel nostro servizio sanitario fondato sulla fiscalità generale. Ma, pur riconoscendo che la Lombardia sia stata la prima Regione ad affrontare in concreto e in una prospettiva estesa l’attuazione del Piano Nazionale della Cronicità, alcuni elemento critici appaiono evidenti.

    La scelta di promuovere la nascita di “soggetti gestori” pubblici e privati accreditati e cooperative di medici di famiglia, che tanto ha fatto discutere i detrattori della riforma, a nostro avviso rappresenta una scelta obbligata in una Regione che ha incentrato l’attività del Servizio Sanitario Regionale sull’erogazione, mettendo sullo stesso piano pubblico e privato accreditato, senza sviluppare di fatto i presidi di territoriali distrettuali.

    Meno obbligata è stata la scelta del ruolo da attribuire ai medici di cure primarie: se l’opportunità infatti di offrire ai medici di medicina generale il ruolo di gestore tramite le proprie cooperative è stata certamente una scelta lungimirante, in termini di sviluppo delle cure primarie e anche di offerta di servizi di prossimità ai cittadini, tale scelta non ha considerato sufficientemente il ruolo dei medici che non si sono proposti come gestori o di quanti, con ottime giustificazioni, hanno visto con diffidenza il ruolo di co-gestori.

    La proposta di Regione Lombardia ha raccolto una larga adesione dei medici di medicina generale: il 50% non è poco, se si considera la contingenza dell’importante ricambio generazionale in atto, che non ha favorito l’adesione molti professionisti ormai vicini alla pensione.

    Ma la mancata adesione dell’altro 50% ha favorito la nascita di una corrente di pensiero tendente ad attribuire al medico ospedaliero compiti precipui del medico di famiglia per i pazienti dei medici che non svolgono la funzione di gestore o di co-gestore: i medici specialisti non solo dovranno definire il PAI (compito peraltro tipico e specialistico del medico di medicina generale anche secondo il Piano Nazionale della Cronicità), ma addirittura, nel percorso di presa in carico si vedranno costretti a proporre ai pazienti i necessari aggiustamenti diagnostico terapeutici e la ripetizione delle ricette.

    Questo modo di pensare è probabilmente la conseguenza di una scarsa conoscenza e considerazione del ruolo del medico, che obbliga di fatto i medici ospedalieri a sostituire a tutti gli effetti i medici di medicina generale e lascia questi ultimi a gestire pazienti presi in cura da altri senza essere svincolati dalla responsabilità dell’assistenza.

    È un errore in termini di organizzazione dei servizi, di appropriatezza, di economia sanitaria: è il trionfo dell’ideologia sulla concretezza, di un’ideologia, forse alimentata da un focus eccessivo su settori della medicina di famiglia di alcune aree metropolitane, storicamente conservatrici e in opposizione a qualsiasi innovazione, e che non considera il quasi 90% del territorio lombardo.

    È ancora possibile intervenire per salvare una riforma che presenta molti aspetti positivi ed è fondata sulla reale necessità di fornire alle persone affette da malattie croniche un’assistenza adeguata.

    Oltre a sviluppare il ruolo dei medici gestori, si sgravino i gestori – erogatori dell’assistenza quotidiana al paziente e si inseriscano in un accordo integrativo regionale le funzioni di definizione del PAI come compito specifico e specialistico del medico di medicina generale: la Regione ha già stanziato risorse specifiche dedicate a questa attività, che andrebbero ad aumentare quelle già a disposizione per l’istituto contrattuale del “Governo Clinico”, troppo spesso utilizzate, negli scorsi anni, per progetti non sempre orientati a obiettivi di qualità assistenziale.

    Non si gravino i medici ospedalieri, già ai limiti delle proprie possibilità operative, di compiti impropri e per i quali non sono mai stati formati, i medici ospedalieri si devono occupare d’altro!

    Si pensi a come risolvere la grave carenza di medici sia in ospedale che sul territorio, che rischia di condurre all’implosione il sistema delle cure al paziente cronico e non solo.

    Si abbia, da parte dei programmatori sanitari, l’umiltà e la voglia di confrontarsi con la professione medica, in tutte le sue espressioni, per il bene dei cittadini lombardi.

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