Effetti avversi associati all’uso di inibitori di pompa protonica: uno studio su JAMA

Gli IPP rappresentano una delle innovazioni farmacologiche più rilevanti degli ultimi anni che ha fortemente influenzato la gestione e la conoscenza delle patologie acido-correlate; ottengono risultati migliori degli H2-antagonisti nel determinare la cicatrizzazione, probabilmente per il migliore effetto acido soppressore, permettendo la guarigione di ulcere resistenti agli H2-antagonisti. Consentono la prevenzione delle complicanze gravi del tratto gastrointestinale superiore in corso di trattamento per lunghi periodi con FANS, nella terapia antiaggregante con ASA a basse dosi e con altri farmaci gastrolesivi.

Il corretto utilizzo di tali preziosi farmaci, pur caratterizzati da una sicurezza e tollerabilità generalmente ottime, al di là delle pressioni tutte di convenienza economica, tuttavia, si rende necessario alla luce di recenti studi che ne mostrano il possibile nesso con rischi di varia natura (malattie renali acute e croniche; fratture; ipomagnesemia, infezioni da Clostridium difficile e polmonite; rischio cardiovascolare).

Si riporta una nota dell’AIFA del 25/01/2016 che segnala i rischi connessi all’utilizzo cronico di IPP:

In un recente articolo pubblicato su JAMA Internal Medicine alcuni ricercatori statunitensi riportano i dati sugli effetti negativi dell’uso, spesso eccessivo, degli inibitori di pompa protonica, largamente impiegati negli USA (ma anche in Italia, come rilevano i dati OsMed) per il trattamento della dispepsia e per la prevenzione del sanguinamento gastrointestinale nei pazienti cui è prescritta una terapia antiaggregante. Gli studiosi, sulla scia di precedenti analisi effettuate già a partire dal 2010 nell’ambito degli approfondimenti “Less is More” della rivista scientifica, hanno condotto una serie di revisioni sistematiche portando ulteriori elementi a supporto della tesi di una sovra-prescrizione dei PPI, nella convinzione errata che tali medicinali comportino scarsi effetti collaterali.

In realtà, molteplici studi osservazionali di alta qualità hanno documentato probabili nessi causali con l’uso di PPI e reazioni avverse, fra cui aumento di malattie renali acute e croniche; fratture; ipomagnesemia, infezioni da Clostridium difficile e polmonite; rischio cardiovascolare.

E’ quindi importante – concludono gli autori – prestare molta attenzione nella prescrizione di PPI nei pazienti ad alto rischio per una di queste condizioni. In tutti i pazienti e specialmente in quelli che utilizzano dosi elevate di inibitori di pompa devono essere monitorati i livelli di creatinina sierica e di magnesio, vista l’associazione con l’insorgere di malattie renali e bassi livelli di magnesio. In generale, si raccomanda di discutere sempre con il proprio medico potenziali rischi e benefici del trattamento e la possibilità di ricorrere ad alternative terapeutiche valide, insieme a modifiche dello stile di vita.

Lo studio su JAMA Internal Medicine (first page preview) 

Uno studio sugli IPP con interessanti tabelle delle interazioni e delle indicazioni

Post Tagged with ,
Comments are closed.